Tutto nasce nell’estate del 2014, da un annuncio pubblicato su un mercatino musicale on-line.

Cercavo un pianista, che mi aiutasse a comporre il potenziale seguito dell’Ep pubblicato nel 2013; qualcuno con più esperienza e cultura musicale della mia, a cui affidare le musiche del nuovo album, affinché i brani non fossero strettamente dipendenti dai testi. I “desiderata” che avevo per i nuovi lavori erano: utilizzare la mia voce in tutta la sua estensione, avere brani più “cantabili” e raffinati dal punto di vista armonico, rivestire il mio mondo letterario con suoni elettronici, e possibilmente lavorare a un concept album.

Così, dal “periglioso mare” del web mi arrivò in dono la risposta di Stefano Cucchi; che, manco a farlo apposta, poteva esaudire tutti i miei desideri, portando egli in dote una preparazione musicale accademica, una fine tecnica pianistica e, addirittura, studi di musica elettronica. Inoltre, benché i suoi gusti musicali fossero rivolti più a progressive, musica classica ed elettronica, mentre i miei ai cantautori, avevamo in comune l’amore per il rock eccentrico dei Queen.

Iniziammo a lavorare a un paio di brani, senza avere la minima idea, che avremmo intrapreso una cavalcata lunga quattro anni…

Stefano a lavoro sulle espansioni.
Stefano a lavoro sulle espansioni dell’album.

Inizia l’Odissea…

Entrare in collaborazione con Stefano significava dovere avere a che fare con un mondo a me sconosciuto: quello dell’elettronica accademica dei vari Stockhausen, Berio e Alva Noto. All’inizio non fu facile, poiché il mio orecchio non era abituato a sonorità inusuali, spesso al limite della dolorosità fisica (almeno per gli ascoltatori medi). Ciononostante, rimasi tanto affascinato dalla tridimensionalità insita in quei suoni particolari da immaginarmi il concept album come un grande spettacolo teatrale di musica 3D.

Benché per varie ragioni, l’idea del viaggio 3D rimase inizialmente nel limbo, iniziammo a pensare alle transizioni delle canzoni come brani di musica elettronica accademica, dove Stefano potesse far sfociare i propri studi, fornendo particolarità all’album. La difficoltà fu quella di trovare un compromesso tra il lavoro di qualità “accademica” e la sua fruibilità, anche da un pubblico non esperto in materia: spingere molto l’elettronica accademica avrebbe potuto allontanare l’album dal pubblico cantautorale, mentre lo spingerla troppo poco avrebbe potuto sortire simili effetti su quello accademico. E a tal riguardo, in tutta onestà, non credo di esserne usciti intonsi, benché si sia cercato di ovviare in parte alla difficile coesistenza tra elitario e commerciale, percorrendo altre strade.

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Il set per la registrazione vocale del Fiume Mara al Sound City.

Overdose musicale

Dopo i primi provini caserecci decidemmo di registrare le voci al Sound City di Gaggiano, nello studio di Andrea Messieri, amico d’infanzia di Stefano.
Pur non essendo amante del genere cantautorale, Andrea si fece prendere dall’originalità del progetto, e si mise a bordo. Passammo un intero anno a registrare ed editare le voci dell’album; anche perché, a metà dell’opera, riscontrai un’evoluzione stilistica nel mio modo di cantare, e decisi di ricantare tutte le canzoni, con relative seconde voci e cori annessi.
E siccome il progetto aveva preso la piega del synth pop, fui spinto a espandere la mia cultura musicale in materia, arrivando, per diversi mesi, ad ascoltare un album al giorno di quelli passatimi principalmente da Andrea, che in materia è enciclopedico. Dall’intera discografia degli Erasure, a Depeche Mode, Pet Shop Boys, Tears for Fears, Vacuum, Aphex Twin, ShamenFuture Sound of London, Björk e tanti altri. Dal canto suo, Stefano mi proponeva un misto di elettronica e progressive che spaziava dai Kraftwerk ai Genesis, da Wendy Carlos ai Tangerine Dream. Io, invece, sempre con in testa il viaggio tridimensionale, rivolgevo la mia attenzione alle spazializzazioni e agli olofoni dei Pink Floyd, scandagliando sistematicamente il web alla ricerca di progetti simili al nostro (che fortunatamente non trovavo!).

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Durante una registrazione al Sound City.

Sperimentazione e leoni

In tutto questo, lo spirito british di Andrea mi spinse alla riscoperta dei Beatles, band che mia madre mi faceva ascoltare da bambino. Lo “stato nascente”, per utilizzare le parole di un mio ex rettore universitario, si impossessò di me. Ne ascoltai la discografia intera, lessi libri, guardai documentari, mi iscrissi a forum sul web e mi feci coinvolgere dalla vena sperimentale che i “FabFour” avevano infuso nei propri album da Rubber Soul in poi; proprio mentre Stefano stava iniziando ad “espandere” i mondi dei miei testi nelle intro elettroniche dei brani.
Era il 2016, e siccome avevamo già fatto 30, decidemmo di fare anche 31, 32 ecc. inserendo nell’album ogni idea astrusa che ci passava nella testa col sorgere del sole: reverse, sperimentazioni vocali, un palindromo e via dicendo. Stefano ideò persino un canone enigmatico a cui poi associai un testo pindaricamente legato al concept album sull’acqua. Così, dopo avere condotto Stefano e Andrea nelle metropolitane e nelle stazioni dei treni milanesi, a caccia di suoni urbani da inserire nelle espansioni, mi trovai anche a svegliarmi alle cinque del mattino nella savana africana per registrare i ruggiti dei leoni, i sonori borbottii di un ippopotamo, o i gravi suoni percussivi degli emu maschi che si aggiravano in cerca di cibo fuori dallo chalet. Ma era solo l’inizio…

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Gianni Guaglio registra il theremin al Sound City.

Pareri illustri e strumenti elettronici da museo

A pre-produzione terminata, iniziammo a fare ascoltare i provini a personaggi autorevoli del panorama musicale italiano di oggi e di ieri, anche supportati da Monica Carletti, moglie di Sergio Israel, proprietario delle storiche Scimmie di Milano, che aveva preso a cuore la nostra causa artistica. “E’ considerabile un’opera moderna, chiedete finanziamenti al Parlamento Europeo! Associateci un corto e iscrivetelo alla Mostra del Cinema di Venezia!” e tanti altri complimenti a cui poi seguiva implacabilmente un ghigliottinante ma… “ma ora il prog non vende più, è un progetto difficile da commercializzare e vi serve più che altro un genio della comunicazione”.
Fortunatamente all’estero andò meglio. E oltre alle parole ricevemmo anche qualche aiuto concreto.

Il nostro rapporto con gli antichi strumenti elettroacustici nasce da una mia passeggiata in Piazza Duomo a Milano, dove l’artista di strada Gianni Guaglio stava suonando, senza nemmeno sfiorarlo, un affascinante strumento con un antenna, quasi come se stesse tessendo l’aria. Ne mandai una foto su whatsapp a Stefano e ad Andrea… “E’ il theremin! Perché non lo mettiamo?… ma a questo punto inseriamo direttamente le ondes martenot!”.
Da quel giorno iniziarono lunghe telefonate pomeridiane con Andrea. Io armato di tastiera e internet, lui di ascolti nel cassetto della memoria, a caccia dei più vecchi strumenti di musica elettronica, e dei rispettivi contatti con i musicisti che li suonavano. Registrammo in studio il theremin di Guaglio e contattammo il francese Thomas Bloch per le ondes martenot e il tedesco Peter Pichler per il mixture trautonium, che furono inaspettatamente disponibili a venirci incontro, nonostante il loro prestigio e le loro collaborazioni internazionali. “Abbiamo theremin, ondes e trautonium… ci mancherebbe l’ondioline… Chi lo suona in Italia? Mariani? Gli scrivo!”.

Stefano e Andrea con l'Arp 2600 del Metropolis.
Stefano e Andrea con l’Arp 2600 del Metropolis.

A caccia di synth-analogici!

Per la pre-produzione Stefano aveva utilizzato sostanzialmente i suoni di Logic, e Andrea pensava fosse il caso di sostituire gran parte di ciò che ci aveva offerto il software, con i suoni dei sintetizzatori analogici, di cui lui è amante ed esperto. Di suo, ne possedeva otto o nove, ma non bastavano… Così, un lavoro di restyling, che nelle ipotesi iniziali doveva durare un paio di mesi, occupò quasi un anno; dato che, in perfetto stile nostro, ci facemmo prendere dalla febbre del perfezionismo.
Mi si aprì un altro mondo fatto di collezionisti, più o meno “nerd”, e stanze piene di sintetizzatori impilati e sporadicamente utilizzati. Pagavamo una tariffa oraria,  Andrea creava i suoni che ci servivano, li faceva passare nel midi e li portavamo a casa.
“Sai quale sarebbe un synth che potrebbe veramente fare la differenza?… l’Arp 2600!”, mi diceva, e io mi ingolosivo sulla fiducia, partendo alla ricerca di strumenti datati e difficili da trovare in tutta Italia. Nella fattispecie, per l’Arp 2600, cercammo negli atenei e tra i collezionisti, finché ci imbattemmo in quello posseduto dal Metropolis di Milano, lo studio di Lucio “Violino” Fabbri. Ricordo che Andrea e Stefano si presentarono in studio con un manuale di istruzioni scaricato dal web, dopo avere fatto pratica su un emulatore. E siccome il vetusto synth degli anni 70 non era integro – non si poteva suonare la tastiera – lo utilizzammo solo per dotare i nostri midi del caratteristico suono analogico e vintage del synth.

Con l'arpista Beatrice Zanini al Metropolis.
Con l’arpista Beatrice Zanini al Metropolis.

Il pioniere belga della musica elettronica

Eravamo riusciti a mettere insieme una rispettosa gear-list di sintetizzatori rari, ma anche un squadra di ospiti che già annoverava Bloch, Pichler, Signorini, Cattaneo, Guaglio e Karisa. Così, ci invase una sorta di avidità da featuring, e bussammo alla porte delle più svariate star internazionali (che raramente ci rispondevano, anche solo per cortesia).

Chi ci rispose fu invece il belga Dan Lacksman che, oltre a essere stato pioniere della musica elettronica europea con i Telex, aveva messo sul mercato un equipaggiato e noto studio di registrazione a Bruxelles. Mr. Lacksman, che fortunatamente è un collezionista di sintetizzatori vintage, si incuriosì per la nostra ricercata gear-list e si innamorò della ballata dell’album, la Perfetta Imperfezione. Grazie a lui, il brano potè fregiarsi anche del Moog modulare e del nobile VCS3. Quindi, dopo l’intervento di ondioline di Mirco Mariani, registrammo l’arpa classica di Beatrice Zanini, e chiudemmo la fase di produzione dell’album che, nel suo atto finale, fu parallela alle settimane di mixaggio.

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Durante i mix al New Sin di Loria.

Le “gite” sonore in Veneto 

Per mixare avevamo due strade. Si era reso disponibile un produttore famoso, con studio a Milano, che però avrebbe impattato sul nostro (risicato) budget, e avrebbe potuto volere imporre un controllo artistico sul mixaggio, da noi considerata una fase creativa. Il lato positivo: trattandosi di un noto produttore, probabilmente, non avremmo dovuto tribolare per fare ascoltare l’album a chi di dovere, e inoltre questa persona possiede quella radicata conoscenza del mercato italiano e una certa managerialità di spirito che a noi avrebbero fatto comodo.
La seconda via era quella di mixare a Loria, in Veneto, presso il New Sin di Luigi Stefanini, che ci avrebbe messo a disposizione un banco Neve VR48 e diversi outboard interessanti a prezzi sostenibili, fornendoci anche un appartamento a Castelfranco Veneto in cui appoggiarci per la notte.
Scegliemmo questa seconda strada, e passammo l’estate 2017 a fare mini-gite fuoriporta da 3/4 giorni ciascuna, per un totale di ben un mese di mixaggio: un ammontare di ore che a Milano non avremmo potuto permetterci, considerate le costose strumentazioni di cui avevamo bisogno.
La mattina facevamo colazione nel bar della piazzetta di Loria, quindi ci chiudevamo fino a pranzo nello studio di Luigi (una villa con giardino), e riprendevamo a lavorare nel pomeriggio. Sulla via del ritorno riascoltavamo tutto sull’impianto della macchina di Andrea, quindi nuovamente in cuffia prima di addormentarci. Ricordo le zanzare, le pizze del Mandrillo tra la cinta muraria di Castelfranco e le centrifughe salutistiche della colazione.

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Durante il mastering al Massive Arts con Alberto Cutolo.

Mastering e porte chiuse

Alla fine decidemmo di produrre due versioni dell’album: una stereo e una 3D. Iniziammo con quella stereo, e facemmo il mastering al Massive Arts di Milano, con Alberto Cutolo, un’autorità nazionale di questo mestiere, che personalmente conosco dal 2006, avendo fatto masterizzare a lui i miei primissimi brani.
Ad Alberto piacque il nostro progetto, tanto da onorarci con un piccolo ma gratificante gesto. Il giorno dopo aver masterizzato il Fiume Mara, Alberto presentò il brano agli studenti di uno dei suoi corsi di studio, come esempio pratico di buon mastering.
Se dal lato artistico arrivavano gratificazioni ed elogi da parte degli addetti ai lavori, da quello discografico fu un vero e proprio disastro. Le etichette a cui spedimmo il progetto non si presero nemmeno la briga di ascoltare le tracce. Inviavamo loro link privati di Soundcloud, e il contatore degli ascolti non si alzava pressoché mai. In altre parole, nessuna bocciatura, ma direttamente rifiuti a priori. Evviva l’Italia musicale!

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Marco di Noia e Stefano Cucchi

La strada “imprenditoriale”

La latitanza discografica mi stancava così tanto, che convinsi anche gli altri due, romanticamente legati al concetto di distribuzione nei negozi fisici, a farne a meno, almeno in fase iniziale.
La prima riflessione “fai-da-te” fu che coloro i quali erano stati “obbligati” ad ascoltare il nostro album per intero ne erano rimasti colpiti, scomodando paragoni importanti e percependone sudore e originalità. Il problema è che la gente non ha più tempo di ascoltare con attenzione la musica di contenuto, ma si limita a sentire brani più o meno riempitivi in sottofondo. Così, pensai che fosse opportuno andare a intercettare il pubblico con più tempo da occupare… i viaggiatori. Quelli che trascorrono tre ore sulla Freccia Milano-Roma, che viaggiano in aereo, o che spendono del tempo su autobus e metropolitane per andare a scuola o a lavoro, con indosso le cuffie
Elettro Acqua 3D venne da sé. Rivisitammo la strada parallela del 3D audio, Stefano mixò le espansioni in binaurale e facemmo un secondo mastering del progetto con Alberto Cutolo. Per inciso, provammo anche a mixare in binaurale alcuni brani cantati, ma risultavano stancanti, a differenza delle espansioni; e optammo per la ritmata ed efficiente alternanza tra espansioni 3D e brani synth-pop, che già per loro natura sfruttano spazializzazione e suoni ben definiti.
Lavorando poi da anni nel mondo del digital, l’inserimento del nostro progetto, dedicato a cuffie e auricolari, in un’applicazione per cellulari e tablet fu per me uno step immediato; così come progettare la piattaforma in modo che fosse fruibile in background e off-line (per chi viaggia in aereo), avesse contenuti d’approfondimento e varie funzionalità strategiche. In questo mi ha aiutato molto Nino Ragosta, amico, fondatore di Quadronica e patron del noto provider fantacalcistico Fantagazzetta; fu lui che affidò lo sviluppo dei miei bozzetti alla preparatissima ed esperta squadra lavorativa di FingerLinks.

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“Il mare per chi non ce l’ha” visto da Cristian Musella.

Il mini-mondo di Cristian Musella

Dopo avere deciso di associare un featuring artistico di tipo visuale ai brani dell’app-album, ci rivolgemmo a Cristian Musella, non tanto perché abita sopra il mio appartamento (lol), quanto perché i mini-mondi, che lui mette in scena con i suoi omini, sarebbero risultati originali e quantomai pertinenti ai brani dell’album. Ma soprattutto, avrebbero arricchito il progetto con la tematica del “riciclo e riuso” dei materiali di utilizzo quotidiano per fini artistici, che bene si legava con le altre tematiche sociali trattate nelle canzoni. Inoltre, l’idea di vedere i mondi, da me immaginati nei testi, diventare reali in maniera così surreale mi affascinava molto.

 

Riccardo Vitanza e Viviana Rossi durante la firma del contratto di coedizione di Elettro Acqua 3D.

Una mano dall’Eritrea…

Nell’estate 2018 la svolta. La mano tesa, o meglio le mani tese, hanno sulla pelle il caldo sole dell’amata Africa, e per la precisione dell’Eritrea.

Di fatto con l’applicazione in fase di test pronta, riesco a sottoporre Elettro Acqua 3D a Riccardo Vitanza, che già era stato coeditore con Bollettino del mio precedente lavoro discografico. A Riccardo, italiano d’Eritrea, il progetto piace e decide d’aiutarmi.

Pochi giorni prima, per mera casualità, avevo ripreso i contatto con la mia prima discografica ed editrice, Viviana Rossi di Jinsai, anch’ella italiana d’Eritrea.

Semplici coincidenze? Fatalismo? Sta di fatto che Riccardo e Viviana, con mia gioia e orgoglio, sono diventati entrambi editori di Elettro Acqua 3D!

Il resto è storia presente, e speriamo futura…

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