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I problemi della Musica Italiana (e qualche proposta!)

Ad Aprile la città di Milano sarà teatro di un lodevole momento di discussione sulle problematiche musicali del nostro paese: “Italia dei Valori ascolta la Musica”. Il forum, che si terrà all’Auditorium Gaber del Palazzo della Regione Lombardia, prevede la partecipazione di artisti (Facchinetti, Di Cioccio, Carletti…), discografici, politici di fama e potere decisionale.

Il promotore dell’evento è Angelo Santori che, per le buone intenzioni, a prescindere dal credo politico di ciascuno di noi, merita i ringraziamenti di chi ha a cuore l’arte delle melodie e delle armonie.

Ispirato dal tema di discussione della manifestazione, “i problemi della musica italiana”, proverò a fornire anche io, nel mio piccolo, un contributo attraverso questo blog. Cercando, dal punto di vista di amante della musica – più che di cantautore emergente (o sommergente che dir si voglia) o giornalista – di proporre anche qualche soluzione e non soltanto evidenziare le falle, enormi e di facile individuazione, di un sistema che ormai da qualche anno provoca in molti rossore, sospetti e disaffezione.

Riflessioni maggiormente focalizzate sul Festival di Sanremo, e ciò che gli ruota attorno, sono invece pubblicate nell’intervista che io e il cantautore Simone Beccarelli abbiamo rilasciato a Cinzia Baronchelli per il numero di Araberara del 10 febbraio 2012.
Leggi l’articolo.

1 – Il problema culturale
Alla radice del malcontento credo ci sia il trasversale abbassamento del livello culturale e del gusto estetico degli italiani, che induce gli intermediari musicali a non preoccuparsi della qualità del prodotto artistico che offrono al pubblico. Una spirale perversa: dato che i gusti del pubblico sono educabili, o male-educabili, e abbassando il livello culturale/artistico dell’offerta, si abbassa anche quello della domanda.

Proposta
In questo caso l’unica panacea è togliere la mano dal portafoglio e mettersela, qualche volta, anche sulla coscienza. Non si può fare di tutt’un erba un fascio, ma nemmeno di tutt’un arte un business.
Chi produce musica e la divulga dovrebbe anche considerare la funzione educativa che questa ha sui giovani, tanto più quando la divulgazione è su larga scala. In tal caso, in via esemplificativa, sarebbe utile evitare che testi scritti con superficialità ed errori grammaticali vincano manifestazioni sovra-esposte come il Festival di Sanremo, per giunta trasmesse in prima serata dalla rete ammiraglia dell’emittente pubblica.

Ad esempio si prenda il testo del brano vincitore dell’edizione 2012, ricco di leggerezze semantiche e sintattiche. Su tutti i versi…

“Se tu hai coscienza guidi e credi nel paese, dimmi cosa devo fare per pagarmi da mangiare, per pagarmi dove stare”

che non sono prettamente un esempio propedeutico di corretto utilizzo della lingua italiana, a cominciare da “guidare” che regge “il” e non “nel”, a meno che non si intenda “guidare l’automobile o un altro veicolo”.

Ciò non aiuta a sviluppare nelle nuove leve (e nei giovani italiani) il gusto per l’accurata ricerca semantica e per la logica testuale, né tanto meno la percezione della correttezza grammaticale.

Se la Presidenza della Repubblica o la Delegazione Italiana per l’UNESCO si esponessero per garantire la qualità e la democrazia artistica dei festival musicali più importanti, la proposizione di esempi aberranti, come il precedente, potrebbe  essere evitata (o quantomeno limitata).

2 – Il sistema di selezione
La precedente considerazione è direttamente legata a questa problematica. Chi determina chi vince una manifestazione o chi deve continuare in un processo di scrematura? A voler essere benpensanti, si constata che la moda attuale è l’utilizzo del “televoto” (a pagamento) o “l’internet-voto”, strumenti che sono ottimi driver monetari, ma che assolutamente stridono con ogni finalità artistica, dato che:

– privilegiano la notorietà televisiva, la simpatia e la telegenia dell’”artista”, ma non la qualità (nelle ultime quattro edizioni Sanremo è stato vinto da tre concorrenti di Amici. Statisticamente difficile pensare sia stata una casualità);

– privilegia l’appartenenza dell’”artista” alle piccole città o alle terre “orgogliose.” In altre parole, è più fortunato chi nasce nel paesino, che organizza grandi schermi nelle piazze per seguire (e votare) l’esibizione del proprio illustre concittadino, rispetto a chi nasce nelle grandi metropoli, più fredde e meno bisognose di alfieri. Tutto ciò ha a che fare con la geografia, non con la qualità artistica;

– presta il fianco alla mistificazione, privilegiando la forza economica o il potere dell’”artista” (o di chi si muove alle sue spalle) nel “comprare” o influenzare i voti.

Proposta
– Aumentare l’importanza delle giurie di qualità, le quali possibilmente dovrebbero essere prive di membri con interessi commerciali e parziali nei confronti dei gareggianti e che dovrebbero essere tenute segrete fino all’ultimo (o meglio, scelte a pochi giorni dalla gara) per evitare chiamate intimidatorie, ordini di scuderia o arruffianamenti vari.

D’altro canto non può essere credibile una giuria presieduta da un discografico che produce artisti in gara, o tanto più da un artista che deve giudicare altri artisti appartenenti alla propria scuderia (che ne detiene il contratto discografico). Sarebbe come far arbitrare la finale di Coppa di Spagna tra Real Madrid e Barcellona al presidente di uno dei due club;

– ridimensionare il televoto a favore delle giurie demoscopiche, che dovrebbero essere composte in maniera proporzionale da rappresentanti delle regioni d’Italia, divisi, in via indicativa, per appartenenza ai differenti ceti sociali, livelli culturali e fasce di età.

3 – La democrazia musicale
Attualmente la proposta che gli intermediari musicali offrono al pubblico è monocromatica. La base degli artisti emergenti italiani è varia e qualitativa, tuttavia nei grandi eventi televisivi viene proposto soltanto il “pop” di facile fruizione e commercializzazione. In altre parole solo una parte dell’iceberg artistico nazionale.
Con questo non si afferma che non debba esistere la canzonetta spensierata da cantare mentre ci si fa la barba, ma che debba democraticamente “esistere” anche il resto.

Proposta
Diversificare l’offerta televisiva. I talent show, così come sono realizzati oggi nella loro forma di reality show, sono ideali per gli interpreti. Manca uno sbocco, avulso dal linguaggio commerciale, per i cantautori “vecchio stampo”, che spesso vivono la canzone come forma letteraria-musicale, poetica o come strumento di comunicazione sociale.
Un compito, quello educativo, che, a mio modo di vedere, dovrebbe essere proprio della TV pubblica.

4 – Importanza televisiva e limiti di età
Quanto ho scritto nei punti precedenti ha un comune denominatore: la televisione. Attualmente con la crisi discografica da pirateria, la metamorfosi delle radio, la crisi economica e la dispersività del web, l’unico vero e proprio mezzo di “emersione” per un emergente è ancora la televisione, che ai nostri giorni, per quel che riguarda la sfera musicale, si oggettiva in Amici, X-Factor e Sanremo. Manifestazioni che purtroppo, al posto di differenziarsi e offrire pluralismo, diventano concorrenziali e di regime artistico.

Proposta
– Diversificazione dei format e dei loro obiettivi, che almeno in un caso su tre dovrebbero essere artistici/culturali/educativi e non di share e/o commerciali;

– abolire i limiti massimi di età per le categorie “nuove proposte”. In un periodo di crisi economica e discografica, simili invenzioni tagliano le gambe alla gavetta e quell’esperienza di vita che spesso matura con gli anni ed è essenziale per la poetica dei cantautori. Anche perché altrimenti perdono tutti: gli artisti “over xx” che gettano la spugna, il pubblico che ha una gamma di proposte musicali meno ampia tra cui scegliere e l’arte italiana che, per forza di cose, viene spinta verso un’espressione adolescenziale;

– togliere dalle “nuove proposte” gli artisti che hanno già avuto notorietà televisiva; visto che di fatto non sono nuove proposte, bensì vecchie proposte. In questo modo al posto di dare seconde chance a chi ne ha già avuta una, si darebbe una prima chance a chi non ne ha avuta alcuna (a beneficio, ancora una volta, del pluralismo).

5 – Musica Live
Attualmente l’esperienza live per chi propone musica propria, e non cover o tributi ad artisti noti, è mortificante. Si suona solo se si paga o si garantisce spettatori nei locali. In questo modo cantanti e musicisti diventano PR, più che restare cantanti e musicisti.

Proposta
I soldi pubblici di comuni, provincie, regioni o Stato destinati alla musica, dovrebbero essere a supporto di chi organizza eventi disinteressati dal punto di vista della speculazione monetaria, e indirizzati verso la crescita della base musicale nazionale, del pluralismo e dell’innalzamento del livello culturale del paese.
Ancora una volta, il cambiamento da sostenere è nella mentalità. Ciò che manca maggiormente e la coscienza artistica, ma anche l’autocoscienza – da parte di chi “gestisce” politica, televisione e musica – di avere sulle spalle una grossa responsabilità: l’evoluzione musicale dell’Italia, paese tradizionalmente di artisti e non di pressapochisti.

Va da sé che la diffusa e radicata mancanza della meritocrazia dei talenti, a favore della tristemente celebre italian-way del “tarallucci e vino”, non aiuta le nobili cause.

P.S.

Comunicazione di servizio per i miei sostenitori musicali: 6 nuovi brani in cantiere!

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